09/02/2012
GERARCHIE INDUSTRIALI
Non c’è nulla da fare, in qualsiasi azienda la gerarchia è d’obbligo e persino ovvia, ma è la formula ad essere sbagliata. Man mano che si sale si guadagna sempre di più, e quando si entra nei piani alti l’incremento è troppo consistente, a volte sconcertante.
E non è mai stato accertato che i quadri lavorino così bene (forse solo di pìù) da meritarsi questa abbondanza. Soprattutto se pensiamo che il loro eventuale allontanamento costa all’azienda cifre esorbitanti, anche se hanno lavorato male! Non solo; a conti fatti un quadro/manager può guadagnare quanto 5/10 impiegati senza peraltro lavorare altrettanto, o altrettanto bene. In compenso gli impiegati, se lasciati a casa, lo fanno con l’unico bonus di un calcio nel culo.
Ma torniamo alle amate gerarchie, tanto utili quanto usate male per compiacere a scopi puramente personali. Ma se anche fossero usate bene è la forma stessa della piramide aziendale che ne può stimolare il raggiro. Vediamo queste forme:
- A clessidra: è quella del boom economico ma sopravvive in molte realtà statali e governative. La base è giustamente larga ma lo è altrettanto anche la testa, dove sopravvivono enormi quantità di inutili quadri/manager di dubbie provenienza e capacità. Vanno però mantenuti con un esagerato sperpero che prosciuga i conti dell’azienda stessa, cui per far fronte deve ovviamente alleggerirsi partendo dalla base perché gli costa assai meno l’allontanamento. Ma a furia di ridurre la base, il peso della testa la farà inesorabilmente crollare, e non c’è più il boom economico che ne possa risollevare le sorti. In questa forma gerarchica l’area intermedia è assai limitata perché ritenuta economicamente inutile; è solo una fase transitoria verso la testa cui tutti mirano (e presto arriveranno) grazie a clientelismi e nepotismi.
- A piramide (triangolo equilatero): è la più classica ma funziona bene solo con un corretto equilibrio fra gli strati della piramide in quanto è caratterizzata da un forte sviluppo verticale ed un elevato decentramento che può rendere molto difficoltosa la gestione globale ed una corretta distribuzione di compiti e risorse (dispersione).
- semi-pagoda (triangolo scaleno a base larga): è sicuramente la migliore per l’economia moderna, pochi manager capaci e ben retribuiti (solo se valgono e lo dimostrano) gestiscono quasi direttamente la base attraverso intermediari prescelti direttamente dalla base e con la base, ottimizzando le risorse affinche i compiti vengano ricoperti da persone capaci e meritevoli. In realtà la formula non è nuova, è semplicemente la trasposizione in grande delle primordiali forme di imprenditoria, composte dall’imprenditore (fonte dell’idea che ha fatto nascere la società) e da coloro che la mettono in pratica.
Ma purtroppo c’è un enorme problema che vanifica qualsivoglia gerarchia aziendale, anche la migliore: la proprietà. Infatti nell’era moderna non esiste più un vero imprenditore, ma una lunga lista di “finanziatori” che sono interessati esclusivamente ad un conveniente ritorno economico. L’azienda, qualsiasi azienda, per loro è solo un mezzo e se non rende si chiude la baracca senza preoccuparsi delle conseguenze, delle altrui conseguenze. Ma soprattutto non paga mai chi sbaglia!
23:54 Scritto da: gimpa61 in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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NUOVO CALENDARIO
Per adeguarsi e supportare lo sviluppo delle società moderne nel 2000 è stato introdotto un nuovo calendario più in sintonia coi tempi.
Sarà formato sempre da 12 mesi con medesima lunghezza, ma non esisteranno più le settimane e il riposo cadrà casualmente a turnazione affinchè ci sia sempre qualcuno che lavora e qualcuno a casa libero di spendere. Le paghe saranno identiche non esistendo più le festività settimanali e le industrie potranno così ridurre i costi. Tutte le altre festività verranno mantenute nella forma ma si lavorerà, metà personale al mattino e l’altra metà al pomeriggio. Gli orari minimi di apertura verranno decisi per categoria mentre saranno totalmente liberi quelli massimi. Di qualsiasi cosa avrete bisogno non dovrete preoccuparvi, qualcosa di aperto troverete sempre. Non vi piace? Mica l’ho voluto io il consumismo!
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PER SEMPRE ANZIANI
Il gatto salta e gioca e si fa fare le coccole fino alla fine dei suoi giorni. Smagrito o ingrassato a seconda dello stile di vita e di qualche ovvio acciacco, è sostanzialmente uguale e sempre riconoscibile nella sua per noi breve esistenza. Anche noi un tempo eravamo così, morivamo banalmente a circa 50 anni ai primi deboli segni di cedimento delle nostre facoltà fisiche e mentali. Una vita apparentemente breve. E quando si spegneva l’energia degli altri, la nostra era ancora in grado di evitarci l’ovvia depressione, superando il tragico evento con serenità e consapevole naturalezza. Morivamo sì ma quasi contenti, senza faticosi complessi morali di religiosa invenzione e intensità. Ma poi, per interessi scientifici che la religione non ha mai criticato, hanno trovato soluzioni a mille mali allungando la nostra inutile vita. Bello ma solo in apparenza, perchè hanno semplicemente nascosto gli effetti deleteri degli acciacchi, mentre il fisico sotto sotto è sempre quello. Infatti a 50 anni siamo attivi, attivamente attenti a curare gli acciacchi che via via si insinuano nel nostro corpo. E poiché siamo sempre più vecchi dobbiamo anche preoccuparci degli altri più vecchi di noi, cedendo loro la nostra ormai debole forza. Ci trasciniamo fra malanni e malandati collezionando le droghe che la medicina ci offre per prolungare l’ormai agonizzante vita. Fortificati da questo circolo vizioso ma indeboliti da una età raggiunta solo grazie alla scienza, non abbiamo più la forza di reagire alle altrui disgrazie perché siamo passivamente consapevoli che prima o poi colpiranno anche noi.
Ma anche per questo esistono specifiche medicine.
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EUTANASIA VOLONTARIA
Autoeliminazione, termine asettico traducibile nella brutale parola “suicidio”. Quest'ultima assai più cruda e vera soprattutto per chi, influenzato e plagiato da vari miti, ha pensato di lasciare come loro un segno indelebile nel mondo. Eh no! Loro lo hanno fatto all’apice del successo, per lasciarci, dopo una vita breve ma intensa, un lungo ricordo per tutti ma un vuoto per molti. E guai a colmarlo imitandoli, il nostro addio sarebbe solo un breve strappo, e una volta ricucito sarà anche velocemente dimenticato. Ma che bello imitare, farsi plagiare e diventare pecoroni di altri che hanno idee e propositi diversi da noi, tra cui troviamo spesso il cambiare il mondo perché dal loro punto di vista è troppo piccolo … o troppo grande.
Forse troppo intelligenti o troppo stupidi, hanno scelto egoisticamente di fare il grande passo senza pensare ai tanti fans che li avrebbero seguiti ovunque, fino all’inferno se esistesse. Ma per fortuna la codardìa soccorre spesso una mente ancora acerba e confusa, capace di ragionare ma solo con le mitizzate idee altrui. Il disordine e le paure fanno quindi slittare il grande passo finchè il desiderio non si affievolisce, soprattutto grazie all’ingresso nel mondo del lavoro o il semplice miraggio, sinonimo di autonomia economica. E con il denaro diventiamo partecipi di quello status sociale che prima avremmo voluto evitare suicidandosi. Ma per fortuna siamo quasi tutti dei tali cacasotto che prima del grande passo ci si pensa così a lungo che si esce dal tunnel senza nemmeno saperlo. E una volta usciti col cazzo che torniamo indietro, piuttosto diventiamo disonesti e facciamo qualsiasi cosa affinché la vecchia idea del grande passo la faccia qualcun altro, magari durante una sparatoria. Suicidio omicidio.
Ma poi la nebbia si dirada, l’energia un tempo confusa sembra riaggregarsi in una nuova forma e prende il sopravvento la consapevolezza dell’io: siamo grandi, unici, inimitabili, incontrastabili, quindi perché eliminarci? Dobbiamo invece lasciare un segno del nostro passaggio. Vero e indelebile. Nulla ci scompone e tantomeno noi, e svestiti i panni del suicida ecco che dopo anni di lotte intestine sembra affacciarsi una nuova identità: l’omicidio. Eh si! Perché uccidere non è da vigliacchi, è solo l’attuazione di un desiderio che prima era solo poco chiaro, latente ma indefinito. Ora invece siamo ben consci di essere nel giusto e pertanto perché eliminarci, sono gli altri, anonimi e oppressori, a dover lasciare il campo. Vicini o lontani non importa. Chiunque non rientri nei nostri canoni, nei nostri concetti, è solo un individuo che doveva suicidarci ma non sapeva di doverlo fare, quindi questo gravoso compito ora tocca noi. Diamoci da fare.
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VIA D’USCITA
Ormai non ricordo più da quanto vago in questa selva oscura, in questo infinito labirinto. Mi sono perso in migliaia di sentieri senza via d’uscita, abbagliato da deboli richiami di luce rivelatosi poi semplici riflessi. Giorni e anni scorrono senza tempo e senza riferimenti, non sembrano passare mai ma poi i passi sempre più faticosi ne ribaltano le sensazioni e quindi la realtà. Una realtà fatta di percorsi sempre diversi eppure eguali, più cammino più mi stanco senza peraltro trovare una via d’uscita. Le ferite aumentano e si cicatrizzano sempre più lentamente affiancandosi o sovrapponendosi ad altre in via di guarigione, ma il miraggio di uscirne si scontra con la realtà fatta di continui e inutili tentativi. Ma non demordo, ferito e sempre più stanco continuo a intraprendere nuovi percorsi, nuove strade. Perché la speranza muore con la vita. Ci provo e ci riprovo, ogni giorno scopro e mi imbatto in nuovi tragitti i cui bagliori lontani accrescono la speranza. Ma poi si rivelano solo abbagli, brevi squarci di luce nel bosco della vita. Brevi raggi che però ritemprano il fisico ridando forza e volontà nel proseguire questo misterioso vagare. E senza apparente motivo mi inoltro come un automa nell’ennesimo antro oscuro, forse il più oscuro. Quelli che da giovane girovago avrei scartato e che ora considero e riconsidero, ho più tempo per pensare e per giudicare, ed è forse questa consapevolezza (pazzia o saggezza, magari entrambe) che mi spinge verso il buio più profondo perché forse ci sarà in fondo più luce. Nei precedenti e dimenticati tentativi erano i lontani bagliori a guidarmi, ma erano solo illusioni ed è questa certezza accumulata che mi spinge ora in una direzione opposta. Fino a desiderare il buio perché solo oltre il profondo si può risalire e trovare un appiglio per arrampicarsi verso la luce. Coraggiosamente impaurito mi spingo in questa misteriosa direzione, vedo solo i miei passi e sento sulla pelle la presenza della selva che mi circonda, un nulla che mi preme e mi frena, quasi avesse capito che ho scelto la strada giusta. Proseguo ormai ad occhi chiusi facendomi faticosamente largo fra ciò che non vedo. Incurante delle fatiche e delle ferite abbatto ogni ostacolo, ogni trappola in cui cado e poi mi rialzo, consapevole (o forse solo convinto) che la quantità di ostacoli siano solo una prova di forza. Una barriera fra il buio e la luce che solo ora ho trovato il coraggio di affrontare, di combattere. D’altronde la forza dei nemici deriva solo dalla nostra vigliaccheria, e nascondendoci li rendiamo più forti, pochi e piccoli ma forti. Un guardiano mille pecore. Un generale mille soldati. Un re mille succubi. Un tiranno mille schiavi. Ma non mi importa, non mi interessa più. Sono sicuro di aver scelto la strada giusta, non conta quanto lunga e faticosa. Alla fine sarò premiato, sarò ricompensato di queste fatiche. Ma è dura, ogni centimetro è una sorpresa, ogni metro imprevedibile, ogni kilometro una fatica immane. E il buio non molla, non mi abbandona mai. Eppure proseguo imperterrito, quasi indifferente al nulla intorno. La convinzione di essere nel giusto mi guida, mi esorta a non cedere e sembra spingermi alleggerendo la fatica. Mi difendo dai nemici che non vedo, salgo ansimante colline invisibili e mi ritempro nelle successive discese. Ogni tanto mi fermo per un attimo, un breve istante, perché se mi fermassi solo un secondo in più i dubbi mi assalirebbero per poi finirmi, lasciandomi abbandonato ovunque. Un niente che si trasformerebbe in un semplice giaciglio nel quale adagiarmi fino a sparire. Ecco perché riparto subito, senza pensare troppo e prima che i pensieri arrivino e si formino nella mia mente. Le gambe riprendono meccanicamente a muoversi, a trascinarmi verso una meta che non vedo ma che esiste, deve esistere. Perché la maggioranza di noi non ha una vera meta, ma una fine sì. Deve essere così, devo poter raccogliere quello che ho seminato. Magari non tutto, ma poco o tanto che sia devo riuscire a vederlo, a sfiorarlo, a toccarlo. Anche un solo sguardo, una veloce occhiatina, una sola piccola immagine che si fissa negli occhi anche da chiusi. Devo quindi continuare a camminare, perché inseguendo una luce il buio non fa più paura.
23:50 Scritto da: gimpa61 in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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